Il bramito del cervo

di Carla Sautto Malfatto

Gli sporadici temporali che funestarono l’unica settimana di ferie settembrine di due anni fa, non c’impedirono di godere comunque della nostra vacanza montana, in quanto approfittammo del maltempo per visitare musei e castelli trentini. Poi, al primo spiraglio di sole, ecco tuffarci nelle tante escursioni all’aperto, tra cui la visita all’Area faunistica di Peio, tra Peio e Peio fonti, che ospita cervi e caprioli. Pensavo si trattasse della solita esposizione di bestiole tristi in cattività, racchiuse in piccoli recinti… Invece, in un itinerario percorribile anche da disabili e al modico prezzo di € 1 a persona, una guida ci accompagna nella visita e, al momento del pasto degli animali, ci apre il cancello di una recinzione che si perde nel bosco, ne varca la soglia armato di un bastone (per protezione sua), dispone davanti a noi una divisoria (per protezione nostra), ed infine chiama a raccolta sua maestà il cervo. A dire il vero, di cervi, ne giungono a decine, tra maschi e femmine, spuntando a frotte dalla fitta boscaglia al richiamo della guida e, ancor di più, del loro stomaco vuoto. La guida ci spiega che qui sono ricoverati gli animali feriti da incidenti, per lo più stradali, soccorsi e curati dagli agenti del parco. Una volta guarite, le bestiole saranno riportate nel loro habitat naturale. Per gli esemplari che invece subiscono danni permanenti, tali da comprometterne la sopravvivenza in libertà, la sosta nell’area si prolunga sino alla loro morte naturale. Nel frattempo, gli uni e gli altri, ripagano “vitto e alloggio” assolvendo ad un’importante funzione didattica, con i turisti e con le scuole. La guida (mentre noi osserviamo le femmine che cercano di cibarsi presso le mangiatoie di legno, continuamente infastidite da giovani maschi) inizia a parlarci delle corna del cervo che precedentemente, nel locale della ricevitoria, ci ha fatto toccare. -Queste corna sono fatte di osso e sono dunque materia viva, -ci spiega.- Sono chiamate “palchi”, sono possedute solo dai maschi, e cadono e ricrescono ogni anno. Mentre crescono, sono coperte da una membrana pelosa (il basto) ricca di vasi sanguigni, che ha la funzione di nutrire il futuro trofeo e che, una volta terminata la crescita dell’imponente impalcatura, morirà. L’animale allora, per staccare il basto dal palco, lo sfregherà contro alberi e sassi. La guida ci informa anche che i cervi, brucando germogli e scortecciando, procurano gravi danni alla vegetazione. Essendo “di bocca buona”, infatti, ingurgitano ogni giorno sino a 10-15 kg. di vegetali, senza far distinzione tra graminacee, rovi, ginestre, lamponi che crescono spontaneamente nei boschi e coltivazioni curate dall’uomo, preferendo, tra quest’ultime, patate, cereali e alberi da frutto. Questo porta, talvolta, all’abbattimento selettivo di alcuni esemplari. Ma, -continua la nostra guida, con un occhio sempre attento al movimento del branco alle sue spalle,- anche il loro attraversamento sulle strade procura grandi danni alle… assicurazioni e al Comune, in quanto l’impatto con un animale di più di 200 kg. per due metri e mezzo di lunghezza può accartocciare un veicolo e procurare lesioni ai suoi occupanti. D’altro canto, la forestale e i volontari sono impegnati, durante il periodo invernale, a rifornire di foraggio le varie “stazioni” poste in diversi punti strategici della riserva, soprattutto per salvare il capriolo, più propenso ad indebolirsi per la mancanza di cibo, quando la neve ricopre per lungo tempo il terreno.- Improvvisamente, un concitato rumore di zoccoli, attutito dal manto erboso della radura, interrompe la spiegazione della guida. Si tratta del giovane capobranco che, dopo un balzo nel quale sembra restare sospeso nell’aria, approda sulla piazzola cementata, per poi rincorrere velleitario e a testa bassa tutti gli altri maschi, allontanandoli dalle cibarie e dalle femmine, e coronando infine la sua vittoria con un potente bramito che ci fa sobbalzare. – Siete stati fortunati! - esclama orgogliosa la guida, tenendosi a debita distanza dal focoso animale, brandendo il bastone. – Alcune persone sono disposte a partecipare a delle estenuanti escursioni notturne a settembre e ad ottobre, pur di ascoltare questo verso! – Soddisfatti dall’inaspettato intermezzo, continuiamo ad ascoltare le spiegazioni dell’agente, che ci informa come i cervi amino sfruttare il riparo della foresta durante il giorno per avventurarsi poi all’aperto al tramonto e all’alba, quando, lontano, seminascosto dalla vegetazione, scorgiamo profilarsi la sagoma di un maestoso esemplare. – È il maschio più anziano, - sussurra allora la guida, all’incedere dell’animale, – e non verrà rilasciato in libertà, perché morirebbe di stenti. Non si accoppia più e mangia in disparte. Si chiama … - e dice un nome, perché lui, a tutti i cervi, dà un nome. E noi tutti, soggiogati dall’imprevista apparizione, ammiriamo quell’esemplare mentre avanza a passo cadenzato, quasi scivolasse tra la vegetazione, dignitoso, regale, rosso bruciato il mantello, enorme il trofeo che esibisce sul capo. Si approssima ad una ventina di metri e ci osserva, a lungo, altero, fiero, il capo eretto, bello come solo un sogno può esserlo. Quindi distoglie lo sguardo, si inerpica sulla roccia, bruca parsimonioso il foraggio sparso abbondantemente lungo la china, poi elegantemente ritorna verso la vegetazione più fitta, che sembra inghiottirlo come un miraggio. E la foresta, e la montagna, tacciono.