Il Cilento attraverso le vedute (secc. XVIII-XIX) (II p)

Il vedutismo era nato nell'ambito di una tradizione rinascimentale dal l'esigenza "artistica" di riprodurre un paesaggio. Che però assumeva tratti fantasiosi e stereotipati, senza alcun dato scientifico, come nel caso dei templi di Paestum, le cui immagini divennero note attraverso numerosissime repliche e varianti. Coloro che venivano dall'Europa, poeti, uomini di cultura, non mostrarono allora alcun interesse per il Cilento, se non per contrapporre la rusticità della società pastorale ed agricola ai canni classici ripresi dal greco quale simbolo di civiltà. Il Grand Tour difatti si fermava nella città dedicata a Poseidon, e dobbiamo attendere la fine del primo Trentennio dell’800 per vedere due giovani ardimentosi inglesi avventurarsi oltre le “colonne d’Ercole” dei viaggiatori del tempo ed inoltrarsi nelle contrade del Cilento, ritenute selvagge e dense di pericoli; tale circostanza trova conferma nelle osservazioni fatte a John Strutt dal barone Perrotti che nell'accogliere i due inglesi presso la sua torre della Marina di Castellabate si meraviglia che essi siano nel loro viaggio privi di adeguata scorta. A quel tempo il Cilento, che nell’accezione territoriale medievale rappresentava un'area tra il Solofrone e 1'Alento, cui lo univa, come per il Sele, l’idronimo sil-, era considerato ancora corrispondente all’estensione della baronia dei Sanseverino; a partire dalla seconda metà del 600, accanto ad una tendenza conservatrice che lo ubicava nei confini medievali, si andò sempre più affermando una dilatazione dell'accezione geografica del coronimo, grazie ai dibattiti che lo coinvolgevano, spesso basati su dichiarazioni gratuite e non su una effettiva prova documentaria. Esso, nell'800 ormai indicava un territorio più vasto, che comprendeva, come oggi, a sud il Golfo di Policastro fino a Sapri ed era delimitato ad Est dal Vallo di Diano. Rispetto alla cartografia, la veduta dei paesi, come in Castelnuovo e Piaggine Soprane, è “un mezzo diverso ma altrettanto valido, di conoscenza dei luoghi fisici di cui la regione è composta. La veduta, nella definizione geografica della forma della città, il suo profilo, la teoria di edifici notabili quali appaiono nella rappresentazione quasi sempre condotta a volo d'uccello, tentava di cogliere la fisionomia abituale, consueta, di un paese, di un borgo quale s’è andata definendo nel tempo” (sic!). Le carte di Francesco Cassiano de Silva, utilizzate nell’opera postuma del Pacichelli, “vanno apprezzate nella loro valenza, a volte di emozionante opera d'arte, spesso, di prezioso e affascinante documento iconografico, sempre, di chiave di lettura, di cartina di tornasole, dei mutamenti d’interesse culturale e di gusto estetico”. Pur nella loro “modesta qualità artistica”, che comunque rappresenta nella produzione editoriale del Regno di Napoli un dignitoso prodotto calcografico del proprio tempo, e pur nelle non precise dimensioni prospettiche, le vedute del Pacichelli attestano, comunque, di voler, finalmente (inizio ‘700), iniziare a conoscere, un po', i vasti territori che fino allora erano considerati quasi una pertinenza accessoria della capitale del Viceregno. In tal senso è da apprezzare l'ordinata impaginazione grafica delle tavole, arricchite da cartigli in cui trovano posto le insegne delle città, gli stemmi delle più importanti famiglie locali e dedicatorie, e vivacizzate con l'inserimento di minute figure di viandanti, pastori, animali, spesso poste in un primo piano dominato da un forte contrasto chiaroscurale per accentuare la profondità di campo visivo. Le vedute cilentane presentate si inseriscono nella tradizione del voyage pittoresque edito dal Saint-Non, intrapreso verso il sud tra l'8 aprile 1778 e l'inizio del 1779, nell'intento di uno studio volto all'arricchimento dell'anima e alla conoscenza scientifica. Ma nelle contrade del Cilento Elea non offre al pari di Paestum templi in elevato ed a dominare il paesaggio è, insieme ai resti del castello medievale, l'ambiente che determina il predominio del "pittoresco", così come nella raffigurazione di Castelnuovo (Cilento), contornato da alti monti e vallate. Si riaffaccia in esse un mondo che nel ‘700 sopravvive con i suoi endemici caratteri dell'isolamento in una natura spesso ingrata, il cui fascino selvaggio e di rusticità non sfugge ai viaggiatori, ai disegnatori ed incisori. Essi ci regalano, soprattutto nei primi decenni del XIX sec., dati utili a ricostruire la viabilità del tempo, ad esempio presso Camerota e il rapporto tra il mare e la costa. Tale apporto è chiaro sia nella rappresentazione di luoghi ancora selvaggi in cui si nota qualche sporadico edificio, sia nella raffigurazione (Castellabate) di imbarcazioni da trasporto e da pesca, lasciate a secco sulla spiaggia accanto a marinai, o in quella del guado di fiumi e negli animali transumanti presso la foce dell'Alento. Nei nostri esempi si aggiunge a quella del paesaggio l'illustrazione del costume, che denota l'interesse a tutto tondo dei disegnatori e degli incisori, nei sec. XVIII e XIX, verso i molteplici aspetti della realtà. Questo tema compare nelle produzioni artistiche del Regno di Napoli nell'ultimo quarto del sec. XVIII, forse dopo la richiesta fatta da Ferdinando di Borbone nel 1782 al marchese Domenico Venuti di disegnarne i costumi, ma che in altre regioni d'Italia e d'Europa, soprattutto in Inghilterra e in Francia, era già oggetto di studio, a seguito della scoperta illuministica del folklore delle arti, dei mestieri e delle usanze popolari. Difatti nell'800 si predilige soprattutto la scena popolare, tralasciando il tema specifico nella trattazione individuale o quasi, trasferendo le scene dei mestieri ambulanti e della piazze animate da personaggi di carattere in fogli incisi all'acquaforte o litografati. Pertanto, i generi di vita si ricavano dal disegno dei costumi non staticamente inseriti nei paesaggi, ma durante il vivere quotidiano; ad esempio nella donna intenta a lavorare la lana con il fuso (Castellabate), nei pastori con i loro caratteristici costumi e nelle donne che trasportano sulla testa il cesto con i panni o la brocca con l'acqua presa alla fontana (presso Camerota).